Organo
Una riflessione storica
L’organo nella storia della Chiesa e della Liturgia
Introduzione
Il dibattito organistico è oggi molto vivace. Accanto a posizioni per fortuna ormai assodate e assimilate (ad esempio quelle che riguardano le metodologie del restauro storico), vi sono tuttavia temi scottanti come ad esempio, i criteri per la costruzione degli organi nuovi e la loro collocazione, oppure la spinosissima questione dell’organista titolare, che più che un problema da discutere, sembra un tiro alla fune in cui da una parte vi sono molti parroci che tirano disperatamente verso il volontariato più puro (chiamandolo ministerialità) e dall’altra gli organisti che remano verso il pieno riconoscimento professionale; per non parlare poi, del ruolo dell’organista e delle modalità concrete dei suoi interventi nelle celebrazioni.
Non voglio trattare di nessuno di questi argomenti perché preferisco aprire il libro della storia dell’organo - e che storia!- tuffandomi in epoche lontane ma, ai nostri occhi, stupende e cariche di fascino.
L’età medioevale e rinascimentale
Facciamo un grosso salto all’indietro ed arriviamo all’anno 757: è una data cruciale per la storia organaria europea poiché in quell’anno l’imperatore dell’Impero Romano d’Oriente, Costantino Copronimo, donò in organo al re dei Franchi Pipino il Breve. L’episodio non fu certo secondario e non passo inosservato tanto che ben 22 cronisti del tempo, nei loro scritti, ne resero una dettagliata testimonianza. In Esso emergono chiaramente dei significato simbolici. L’organo, quindi è il simbolo del potere imperiale e segno di regalità.
Sempre all’eta carolingia, e precisamente all’anno 826, risale la preziosa testimonianza del cronista Eginardo, nella quale viene ricordato un fatto interessante: «Venne un certo prete di Venezia, chiamato Giorgio, ch affermava di saper costruire organi; l’imperatore lo mandò ad Aquisgrana col suo tesoriere Tanfolco e impartì l’ordine che gli fosse messo a disposizione tutto quanto era necessario per fare costruire lo strumento». E’ probabilmente la prima notizia di un organaro europeo, un prete veneziano.
E’ probabile che verso la fine del IX secolo l’organo sia entrato stabilmente nella chiesa come parte integrante delle celebrazioni liturgiche. Papa Gregorio VIII, poco dopo la sua elezione, avvenuta nell’872, si rivolse al Vescovo di Frisinga (Baviera) esortandolo il questo modo: «Ti preghiamo, inoltre, di portarci o inviarci un ottimo organo con l’artista che lo sappia suonare, per l’insegnamento dell’arte musicale».
Grande diffusine godette l’organo specialmente nei monasteri ove, tra l’altro, venne sottoposto ad un graduale perfezionamento tecnico.
L’organo rientra a pieno diritto in quella concezione secondo la quale la liturgia terrena è immagine della liturgia celeste. Secondo tale concezione, la musica ha la sua origine in Dio stesso e l’armonia umana altro non è che un pallido riflesso dell’armonia celeste. Questa musica divina si manifesta in due modi: da un lato, tramite i cori angelici o angeli musicanti, presso i quali l’occupazione principale sembra proprio essere quella della lode di Dio tramite la musica; dall’altro, tramite il movimento incessante dei corpi celesti, o meglio, dei cerchi concentrici, che costituiscono il Paradiso (Vedi Divina Commedia).
La musica celeste, quindi, si svela doppiamente mediante i cori degli angeli musicanti da un lato e la rotazione proporzionata dei cieli, dall’altro. Tutto questo serve a modello per la musica da chiesa. I cori angelici celesti sono simbolicamente rappresentati dai cori dei chierici medioevali o dalle cappelle rinascimentali. E l’organo rappresenta il riflesso terreno dell’altro soggetto musicale celeste, l’armonia delle sfere.
L’organo, dunque, entrato nella cultura occidentale già rivestito di significati regali, ne assume altri ed, in particolare, diventa l’immagine dell’harmonia mundi, come terrena rappresentazione della musica generata dalla macchina cosmica.
L’arte organaria italiana raggiunge il suo culmine artistico nei secoli XV e XVI. La presenza di un organo di grande pregio architettonico (cassa, cantoria, portelle protettive dipinte...) e fonico era motivo di orgoglio per l’intera cittadinanza religiosa e civile.
Nel rinascimento l’organo nella sua fisicità materiale - strumentale e nelle sue manifestazioni sonore, deve docère, delectare e movère.
Docère, cioè narrare, insegnare, ma anche rappresentare. La funzione didattico - rappresentativa dell’organo si manifesta nella prassi dell’alternanza o alternatim. L’alternanza tra coro e organo nella liturgia della chiesa militante rappresentava l’alternanza tra i cori degli angeli e l’harmonia mundi della Chiesa trionfante.
L’organo poi esprimeva lo splendore della sua funzione mediante il delectare. Ed era un diletto non solo per l’udito, ma anche per la vista. La grandezza e il prospetto dell’organo, la disposizione delle canne, nulla è casuale, ma tutto rimanda a significati ben precisi. Nel XVI secolo la cassa d’organo a forma di torri merlate di stampo medioevale viene sostituita da una trabeazione lineare sormontata da timpano e retta da colonne, a simulazione del tempio greco; a sua volta, la disposizione della canne di facciata, suddivise in campate, costituisce una sorta di sezione stilizzata del tempio cristiano, con al centro la navata principale e ai lati le navate minori. Il diletto visivo si completa poi tramite l’apporto dell’arte lignea e pittorica dei superbi complessi cassa - cantoria dorati e arricchiti con fregi d’ogni tipo e statue di santi. Infine il diletto sonoro con l’aggiunta alla purezza del ripieno italiano di altre magnifiche sonorità come quelle dei flauti, delle ance e del Fiffaro o Voce umana.
Ma dal delectare si passa rapidamente al movere, cioè al trasporto dell’animo, alla commozione affettiva, quando la musica si prefigge di descrivere e commentare il momento più drammatico e sconvolgente della fede cristiana, il Sacrificio, cioè la morte di Cristo. Compito fondamentale e non facile dell’organista era dunque quello di commuovere cioè, in senso lato, di suscitare nel fedele la devozione, la partecipazione attiva interiore. Per devozione, in età rinascimentale e barocca, non si intendeva un atteggiamento raccolto, intimistico, un po’ malinconico, ma al contrario, l’apparizione pubblica e solenne della “Maestà Divina” e, di conseguenza, l’atteggiamento gioioso della lode e del ringraziamento.
L’avvento della modernità - i segni del declino
La ricchezza di significati cui era intriso l’organo medioevale e rinascimentale continua nel barocco. Ma sul finire del settecento inizia una fase di declino dal punto di vista teorico e costruttivo anche se c’è un notevole incremento sonoro e fonico dell’organo vero e proprio. Se nel Rinascimento e nel Barocco l’organo rappresentava sinteticamente tutte le arti da meritarsi il titolo di “re degli strumenti”, a cavallo tra Sette e Ottocento l’organo diventa rappresentativo di qualcosa di totalmente diverso e, certamente, molto profano: l’orchestra prima e, poi, la banda.
Il classicismo e gli influssi orchestrali sull’arte organaria
Il periodo del classicismo, con i nuovi registri come il Corno Inglese, la Viola, l’Ottavino... trasforma l’organo in una vera e propria orchestra. La grande popolarità del melodramma fece la sua parte ed anche in chiesa, durante le funzioni, si eseguivano trascrizioni da opere, passi celebri e popolari, fino ad abusi sempre più crescenti ed intollerabili non solo dal clero ma anche dai musicisti più seri e preparati. Si era «scambiato l’organo per un pianoforte, e la chiesa per una sala da ballo».
Il movimento celiliano - meriti ed errori
Sul finire dell’Ottocento, in reazione a tali eccessi organistici si diffuse un movimento di riforma della musica sacra, noto come “movimento ceciliano” che coinvolse principalmente la pratica corale e polifonica.
Nel campo organario, purtroppo, la riforma ceciliano produsse effetti devastanti ed il danno fu enorme. Nel giro di un paio di generazioni (tra il 1880 e il 1920) la plurisecolare e gloriosa tradizione organaria italiana fu ripudiata e dimenticata e si cancellarono la maggior parte degli organi concepiti e costruiti principalmente per l’esecuzione della musica orchestrale - operistica.
Alla fabbricazione artigianale subentrò il concetto di fabbricazione in serie e a procedimenti di natura industriale. La trasmissione meccanica venne sostituita prima da quella pneumatica e poi da quella elettrica, le nobili leghe metalliche tradizionali in stagno e piombo furono sostituite con surrogati di poco valore. Questi nuovi criteri vennero realizzati non solo nella costruzione degli organi nuovi, ma specialmente, sugli organi antichi tramite interventi di autentica manomissione.
I nostri giorni - una nuova presa di coscienza
Un primo freno a questa barbarie fu posto dalla legge di tutela n. 1089 del 1939, con la famosa norma di carattere generale di vincolo normativo per gli oggetti aventi interesse storico e artistico e di età superiore ai 50 anni.
Attorno agli anni ‘20-’30 nacque in Danimarca, Svizzera e Germania un altro movimento, noto come “movimento organistico” di segno contrario al precedente, vòlto alla tutela del patrimonio organario artistico, e che presto si diffuse in Austria, Francia e a partire dagli anni ‘50 anche in Italia.
L’opera di questo benemerito movimento culturale si concretizza essenzialmente nel restauro storico-filologico, ossia quel procedimento tecnico che consiste nell’intervenire su un organo antico eliminando le lacerazioni recenti e quindi riportandone la fisionomia costruttiva, architettonica, e fonica alla conformazione originale.
Conclusione
Conoscere, studiare e assimilare la tradizione non significa sfociare in un tradizionalismo acritico e alquanto sterile. Anche il restauro del patrimonio organario non può essere visto come una semplice operazione culturale o, addirittura, museale.
Sarebbe auspicabile, piuttosto, lavorare perché anche oggi le nostre scelte non siano frutto di impressioni epidermiche e banali, ma - come un tempo - siano sostenute da motivazioni autentiche, che tengano conto delle necessità rituali senza tralasciare sbrigativamente secoli di storia.
Progettando nuovi organi, utilizzando gli strumenti antichi restaurati, studiando le possibilità e i modi d’intervento organistico nella liturgia, il recupero della tradizione organaria e organistica dovrà essere pieno e consapevole, rendendone ancora attuale le ragioni più profonde.
Liberamente tratto e sintetizzato dal testo di Marco Ruggeri, «Laudate Dominum in Chordis et Organo» - L’organo tra Liturgia e Arte, relazione svolta al convegno “Musica e Liturgia” - Cremona, Centro Pastorale Diocesano, 26 gennaio 2002. Il testo integrale e consultabile al seguente indirizzo: http://digilander.libero.it/gregduomocremona/relazione_marco_new.htm
di Marco Ruggeri